Ricostruire l’esistenza, riconciliarsi con la natura di Vito Mancuso

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Ricostruire l’esistenza, riconciliarsi con la natura di Vito Mancuso


Amandola, 1 novembre 2016

 

Ricostruire l’esistenza, riconciliarsi con la natura

 di Vito Mancuso

Paura

La paura è più potente di noi, nessuno le sfugge, per questo dagli antichi era considerata una divinità. Secondo i greci Phobos (termine che significa paura, spavento, terrore) era un dio: “Ares massacratore marcia alla guerra, e lo segue suo figlio, Phobos, intrepido e forte, che incute paura persino al guerriero più impavido” (Iliade XIII, 298-300); un’iscrizione votiva del V secolo a.C. lo pone addirittura subito dopo Zeus, prima di tutti gli altri dèi. Anche nell’altra radice dell’Occidente la paura è molto presente: nel NT il termine phobos ricorre 47 volte, il verbo corrispettivo phobeomai 95. Se poi si considerano i sinonimi come timore, spavento, sbigottimento, inquietudine, preoccupazione, ansia, angoscia, terrore, orrore, si arriva a diverse centinaia di passi: la paura con tutte le sue sfumature è ben rappresentata nella vita spirituale dell’umanità.

Dal 24 agosto questa divinità minacciosa si aggira in molti di voi deformando il vostro tempo e il vostro spazio vitale. Altri durissimi colpi sono arrivati il 26 e il 30 ottobre, quest’ultimo è stato finora il più forte di tutti. La dea paura è potente e aggressiva, si manifesta all’improvviso, a qualunque orario, a volte per ragioni oggettive, a volte per un semplice capriccio della mente, stringe lo stomaco e colora tutto il mondo di nero.

 

La paura più insidiosa

La paura che state vivendo da più di due mesi è tra le più dure da sopportare in quanto insidia il rifugio interiore. Intendo dire che quegli oggetti e quei luoghi che prima vi davano sicurezza come la casa, il paese, il vostro bellissimo territorio, ora vi suscitano un sentimento ambiguo perché sono divenuti anche sorgente di paura.

Io penso che ognuno abbia bisogno di una specie di tana segreta della mente e del cuore per ricaricare la propria intelligenza emotiva, la disposizione empatica verso la vita quale condizione essenziale della felicità. Senza empatia infatti non vi può essere felicità, perché questa è sempre il risultato di una relazione: o con altri esseri umani, o con la natura, o con altro ancora, sempre e comunque in dialogo. L’empatia però necessita energia e la sorgente di tale energia è quella dimensione che ho chiamato fortezza interiore. Se essa viene a mancare, si rimane privi di empatia, si esaurisce la spinta vitale e si cade preda di ciò che classicamente si chiamava taedium vitae e oggi depressione.

 

Un grande compito

Credo che questo sia uno dei più grandi pericoli davanti a voi, e che di conseguenza uno dei lavori più necessari che vi si profilano sia di proteggere la fortezza interiore, la sorgente di energia vitale, il carburante per l’empatia.

Il punto naturalmente è se ciò sia possibile senza cadere nell’illusione ma continuando a guardare in faccia la realtà. Nietzsche si chiedeva “quanta verità può sopportare un uomo” e aggiungeva che “ogni passo avanti nella conoscenza è una conseguenza del coraggio, della durezza con se stessi, della pulizia con se stessi” (Ecce homo, Prologo, 1888, ed. it. pp. 12-13). Di fronte al terremoto occorre avere coraggio anche dal punto di vista spirituale, non mentire a se stessi, sopportare la verità della natura per quello che è. Terminando il Discorso della montagna Gesù affermò che occorre costruire la casa sulla roccia, non sulla sabbia, perché solo così essa resisterà alle intemperie: ebbene, tale casa è ciò che io denomino fortezza interiore, e la roccia è la conoscenza. Occorre costruire la nostra fortezza interiore sulla roccia della realtà e della sua conoscenza.

 

Spazio e tempo

In questa prospettiva vi chiedo: in che anno siamo? Siamo nel 2016, o nel 1438 del calendario islamico, nel 2558 del calendario buddhista, nel 4713 del calendario cinese, nel 5777 del calendario ebraico? Oppure in nessuno di questi, ma in un anno impazzito, bisestile dei bisestili, “anno bisesto anno funesto”?

In realtà se ci collochiamo nella scala dei tempi della Terra appare uno scenario del tutto diverso, perché alle nostre spalle vi è molto di più che non le poche migliaia di anni conteggiate dai calendari umani: vi sono raggruppamenti di decine di migliaia di anni detti epoche (la nostra è l’Olocene), di milioni di anni detti periodi (il nostro è il Quaternario), di centinaia di milioni di anni detti ere (la nostra è il Cenozoico), di miliardi di anni detti eoni (il nostro è il Fanerozoico). Sono tutti tentativi della mente di capire in che anno siamo, non in relazione a un evento della nostra piccola storia (la nascita di Gesù o di Buddha, il viaggio di Maometto…), ma in relazione alla Terra, a questa nostra madre molto più grande e più vecchia di noi con i suoi quasi 5 miliardi di anni. Ma la Terra è davvero madre, o non è piuttosto matrigna? E se è madre, perché a volte tradisce i suoi figli?

In realtà io non penso che la Terra tradisca, né in generale penso che siamo al cospetto di un evento che possa essere connotato in termini di tradimento, o peggio ancora di punizione, di castigo, di collera di Dio, come alcuni credenti integralisti hanno sostenuto mostrando solo meschinità di cuore e di mente. Né Dio punisce, né Madre Terra tradisce. La Terra non tradisce perché queste sue scosse, a volte oscillatorie, a volte ondulatorie, a volte tutte e due insieme, le sono necessarie per la sua organizzazione. Così facendo però essa produce quella instabilità da cui nasce e si diffonde l’informazione, grandezza fisica non materiale che attraversa la materia e la plasma, e che è la ricetta della vita (è uscito di recente al riguardo presso Bollati Boringhieri uno stupendo saggio di César Hidalgo: L’evoluzione dell’ordine. La crescita dell’informazione dagli atomi alle economie). L’informazione nasce dall’instabilità del sistema Terra: se la Terra fosse un sistema stabile, non avremmo informazione e neppure quella delicatissima disposizione della materia che chiamiamo vita.  Ne viene che se noi siamo al mondo (e dicendo noi includo anche il Buddha, il Cristo, il Profeta e tutti gli altri grandi maestri spirituali dell’umanità) è anche grazie ai terremoti e in genere all’instabilità del nostro pianeta. Senza instabilità, nessuna informazione. E senza informazione, nessuna evoluzione. Se sulla Terra vi è evoluzione, e in modo così stupefacente da vincere il disordine dell’entropia e produrre l’inaudita complessità della vita intelligente, è grazie all’instabilità del sistema. Dal medesimo fenomeno che produce terremoti e morte germina organizzazione e vita.

 

Logos e caos

Così la nostra vita procede tra disordine e ordine, entropia e neghentropia. Esiodo nella Teogonia scrive: “Primo fu Caos”; Giovanni nel Quarto Vangelo: “In principio era il Logos”. Hanno ragione entrambi. Se ci fosse solo caos, la vita non sarebbe sorta, perché essa è elaborazione di informazione. Ma se ci fosse solo logos, la vita neppure sarebbe sorta, perché l’informazione viene dal caos. Caos + logos si danno insieme, ogni manifestazione della vita ne è una miscela, e il loro incontro produce la più veritiera dimensione della realtà: la passione di tutti i viventi.

 

Dialettica della paura

Conteniamo quindi tutto, il logos e il caos, ma cosa vogliamo portare in primo piano dentro di noi? A cosa vogliamo assegnare il primato? È questa la domanda che sale dalla nostra condizione di esseri pensanti e responsabili.

Tutto è davanti a noi, tutto è dentro di noi: la bellezza e la ferocia, l’intelligenza e la stupidità, la rettitudine e l’inganno. Possiamo guardare alla storia e vedervi progresso, o decadenza, o eterno ritorno. Possiamo credere in un Dio in quanto senso più ampio che contiene e riscatta il dolore, oppure negarlo e lasciar sussistere inconsolato e inconsolabile il dolore. E di sicuro qualcuno di noi sente di essere avvolto in un mistero da adorare in silenzio e a cui sottomettersi nella pace, e qualcun altro sente di far parte di un viaggio a volte bellissimo ma spesso travagliato e di sicuro infausto e insensato nell’esito finale. Essenziale però è la lezione che tutti dovremmo trarre al cospetto del terremoto: relativizzare le nostre vicende e le nostre vedute, consapevoli dell’immensa storia cosmica di ere ed eoni che ci contiene e ci porta. È tanto grande e oscuro lo scenario da cui veniamo che tutti i punti di vista vi possono trovare un appiglio.

Da qui ne può venire, io penso, un inedito sentimento di fratellanza, un ammorbidimento della mente, uno sguardo più ampio. Possono cadere gli imbarazzi e nascere relazioni più vere. Ci si può guardare negli occhi fino al punto dove vibra la personalità. Si può rinascere all’autenticità della vita, tornare all’essenziale, percepire la preziosità del calore umano. Ci si può scoprire felici semplicemente di respirare, di essere vivi, di non sentirsi soli. Il vostro cuore si può dilatare fino ad accogliere tutto: il profumo dei fiori sui vostri balconi, il gemito dei vostri animali spaventati, le vostre case e le vostre chiese ferite ma vive, i vostri corpi che invecchiano e le vostre anime che possono ancora ringiovanire.  


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